Comunicati stampa

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Sesso e violenza sessuale non sono la stessa cosa

A 72 ore da un sit-in responsabilmente silenzioso leggiamo con rabbia il titolo apparso oggi, martedì 23 novembre, sulla prima pagina della Gazzetta di Reggio “Sesso prima di ucciderla” in riferimento alla presunta violenza sessuale che Mirko Genco potrebbe avere agito su Cecilia, prima di toglierle la vita. Su questo punto sarà la magistratura a fare luce.

Quello che riteniamo discutibile è la scelta di accostare, nelle righe del titolo e del sottotitolo, ‘sesso - femicidio - violenza sessuale’. Se è vero che il titolo contiene il virgolettato (e l’articolo interno chiarisce che si tratta della versione dell’imputato), crediamo, tuttavia, che l’attenzione dei/le lettori/trici sia maggiormente richiamata dalle parole utilizzate. Parole che generano ambiguità, gettano dubbi sulla vittima, confondono il piano paritario e reciprocamente consenziente del sesso con quello della violenza sessuale segnato da un abuso di potere maschile sul corpo dell’altra, che, in questo caso specifico, ha trovato il suo brutale epilogo nel togliere di mezzo quel corpo. In questa città dove da tempo Nondasola fa incontri, seminari, protocolli, sul linguaggio dei media che troppo spesso adombrano responsabilità e colpevolizzano la donna, questo titolo che denota nessuna sensibilità nei confronti della lettura della violenza, ci sconcerta profondamente.

Da anni incontriamo ragazzi e ragazze, nelle scuole e non solo, per riflettere con loro sulla differenza sostanziale tra sesso-sessualità e violenza sessuale, tra consenso reciproco e abuso della forza, tra piacere liberamente scelto e invasione del corpo altrui per dominarlo. Da qui passa la prevenzione della violenza maschile sulle donne e l’assunzione di un nuovo sguardo sulle relazioni tra i sessi. In questa partita i mezzi di comunicazione hanno una responsabilità fondamentale: chiedersi, ogni volta, se le parole scelte agiranno a contrasto o a rinforzo di quella cultura della violenza che continua ad armare gli uomini violenti contro la libertà femminile. 

 

Femminicidio: perchè arriviamo sempre troppo tardi?

24 agosto 2021 - Comunicato stampa Associazione Nondasola

Nella notte tra domenica e lunedì Vanessa Zappalà, mentre camminava con alcuni amici ad Aci Trezza (Catania) è stata raggiunta dall’ex fidanzato, che ha estratto una pistola e le ha sparato addosso cinque colpi, di cui uno l’ha centrata alla testa, uccidendola sul colpo.

Vanessa aveva 26 anni, una vita intera davanti. E invece è diventata la vittima numero 41 (nel 2021) di femminicidio.

Mesi fa Vanessa aveva denunciato a più riprese l’uomo per stalking chiedendo e ottenendo anche per un breve periodo i domiciliari. 

Ma quella domanda ogni volta ritorna identica: a cosa serve denunciare? A cosa serve ribellarsi, uscire allo scoperto, se lo Stato non riesce a difenderti e proteggerti? Quante donne devono continuare a trovare il coraggio di denunciare sapendo quello che si rischia? Come Nondasola, che gestisce un centroantiviolenza da oltre 20 anni, quotidianamente ci siamo perchè sappiamo che non è facile affrontare i numerosi ostacoli che si presentano per affermare il diritto alla libertà di vivere.

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Venerdì 20 agosto 2021 - In piazza a fianco delle donne afghane

20 Agosto 2021 - Comunicato stampa Associazione Nondasola

IN PIAZZA A FIANCO DELLE DONNE AFGANE  - Venerdì 20 Agosto alle ore 21 in piazza Martiri del 7 luglio

Venerdì 20 agosto, alle ore 21:00, una fiaccolata itinerante a fianco del popolo afghano.

Una manifestazione, nel rispetto delle norme vigenti, che da Piazza Martiri del 7 luglio si muoverà verso Piazza Prampolini perché le notizie e le immagini delle violenze contro la popolazione afgana e contro le donne in particolare, dopo la presa del potere dei Talebani, ci indignano e ci addolorano. 

Saremo in piazza, simbolicamente a fianco delle donne afghane che vedono minacciata la propria vita  oltre che la possibilità di vivere libere, di avere accesso alla istruzione, alle cure, al lavoro.

Le conquiste, parziali ma importanti, faticosamente ottenute dalle donne afghane negli ultimi vent’anni rischiano di essere cancellate e pagate oggi a carissimo  prezzo. Il grido di aiuto che con coraggio stanno lanciando al mondo deve essere raccolto da tutte/i coloro che non vogliono stare a guardare , passivamente e colpevolmente, il dramma che si consuma lontano da noi ma sotto i nostri occhi. 

Saremo in piazza per sollecitare il governo del nostro Paese e l'Unione Europea  all’attivazione immediata di corridoi umanitari internazionali e forme di accoglienza per mettere in salvo donne, ragazze, bambine/i, attiviste/i  che non sanno come lasciare il Paese. 

A tutti coloro che credono non si possa restare indifferenti davanti al dramma che si sta consumando in queste settimane in Afghanistan chiediamo di partecipare.

Vi aspettiamo!

Associazione Nondasola - Nonunadimeno  - Cgil Reggio Emilia - Coordinamento donne Spi Cgil  Reggio Emilia- Cisl Emilia centrale - Coordinamento donne Cisl Emilia centrale - Donne in Nero

Hanno aderito:

Humans -Femminism - Lgbt and More - Forum delle Donne Val D’Enza - Conferenza delle Donne Democratiche - Associazione reggiana per la Costituzione - Filef - Giovani Democratici - Donne del Mondo di Correggio - REC-Reggio Emilia in Comune

Ad uccidere le donne non sono "demoni". È il patriarcato.

Il comunicato stampa del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sul femicidio di Chiara Gualzetti a Bologna

Chiara Gualzetti, 15 anni, è stata uccisa il 27 giugno a Monteveglio, Bologna. Ad ucciderla è stato un ragazzo di 16 anni con cui era in rapporti di amicizia. Il Coordinamento dei Centri Antiviolenza, esprime dolore e vicinanza alla famiglia ed agli amici di Chiara.Sentiamo, però, forte anche la rabbia. Rabbia, perché si tratta dell’ennesimo femicidio in regione dall’inizio del 2021. La violenza che ha ucciso Chiara è la stessa che ha ucciso Emma Pezemo, Saman Habbas, Ilenia Fabbri, Rossella Placani e tante altre donne. Questo non significa che le loro storie siano le stesse. La violenza sulle donne e di genere, lo scriviamo spesso, è sistemica e trasversale. Ogni femicidio è diverso, così come ogni situazione di violenza è diversa, ma è fondamentale riconoscere la matrice comune di questa violenza, per cercare di uscirne. Solo un mese fa, siamo intervenute nella narrazione del femicidio di Saman Habbas, per rimarcare la sistematicità della violenza e rifiutare il relativismo culturale che nega l’esistenza del patriarcato nella società occidentale. E’ eloquente il fatto che la violenza subita da Saman sia stata riconosciuta subito come patriarcale, mentre la narrazione mediatica del femicidio di Chiara ignori completamente la questione di genere, nel riferire di un ragazzo che ha ucciso una ragazza. La questione di genere non può essere ignorata. La narrazione del femicidio di Chiara, alla quale assistiamo in questi giorni, evoca improbabili moventi di un gesto così scellerato: “avances indesiderate” ricevute dal reo confesso. Tanto ci addolora, perché è un’ulteriore violenza nei confronti di Chiara e di tutte le donne che subiscono violenza. Viviamo in una società patriarcale, nella quale le molestie alle donne sono all’ordine del giorno. Una società che, solo un mese fa, ha visto decine di personaggi pubblici difendere il catcalling. Una società nella quale alle donne viene insegnato che le “avances” degli uomini sono dei complimenti a cui rispondere con un sorriso, ma quelle delle donne sono inappropriate e perfino, fonte di pericolo. La fragilità emotiva, il malessere psicologico, il tasso alcolico dell’autore di violenza celano, nella narrazione quotidiana, una violenza strisciante, profondamente radicata, contro chi non è riconosciuto proprio pari: la donna. Chiara è stata uccisa da un ragazzo di 16 anni. È stata uccisa da una violenza che è il prodotto di questa società patriarcale e che non può più essere sottovalutata.

Il nazionalismo è complice della violenza, non è la soluzione

Il comunicato stampa del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna sulla scomparsa e il sospetto femicidio di Saman Abbas, 2/6/2021

Da giorni ascoltiamo con sdegno e dolore la narrazione della scomparsa e del probabile femicidio di Saman Abbas, giovane donna di origini pachistane sparita a Novellara (RE) dopo aver rifiutato il matrimonio forzato voluto dalla famiglia. La storia di Saman non è una storia isolata, ma è la storia di tante donne e giovani ragazze che quotidianamente combattono contro una società patriarcale che pensa di poter disporre dei loro corpi e delle loro vite.

E se all’interno di ogni cultura e società il patriarcato può assumere connotazioni diverse, la matrice è sempre la stessa, e la conosciamo molto bene. Purtroppo, nessuna cultura ne è esente. Per questo rifiutiamo con forza la narrazione di chi vorrebbe raccontare questa vicenda riferendosi ai valori occidentali e nazionalistici per criminalizzare comunità migranti alimentando forme di razzismo. Allo stesso modo troviamo imbarazzante il silenzio di chi preferisce strumentalizzare “la questione femminile o la violenza maschile“ in campagna elettorale e al contempo ignorare la condizione di doppia oppressione vissuta da tante donne migranti e di seconda generazione; discriminate in quanto donne e migranti. E nemmeno giovano alle donne le politiche securitarie sull’immigrazione.

Come Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, ci confrontiamo ogni giorno con donne sopravvissute alla violenza maschile. Parlare della storia di Saman come se fosse un problema culturale estraneo all’Italia non è solo problematico in termini di riconoscimento della pervasività della violenza ma rinforza quel “razzismo istituzionale” che tende ad isolare le donne migranti e di seconda generazione, rendendo ancora più difficili i percorsi di emancipazione/liberazione dalla violenza.

Molto spesso infatti le ragazze come Saman si trovano in condizioni di isolamento all’interno delle proprie comunità ed all’esterno, perché rifiutate dalle stesse, non riconosciute dal paese di accoglienza ed espulse dalle proprie famiglie quando non uccise. Il Matrimonio forzato è una violenza di genere e una violazione dei diritti umani. Lo affermiamo a gran voce affinché le ragazze possano trovare nelle altre donne e nelle altre femministe dei Centri Antiviolenza alleate per contrastare ed estirpare alla radice anche questa violenza. La storia di Saman non è certo la storia di una cultura “altra”. SAMAN NON SI È RIBELLATA PER ADERIRE ALLA cultura occidentale. Saman si è rifiutata di sposare un uomo che non aveva scelto. Saman voleva scegliere e disporre della propria vita secondo il suo desiderio. Quale più grande affronto possiamo fare noi donne al potere maschile se non di volere decidere dei nostri corpi e delle nostre vite? Pretesa per la quale molti uomini si sentono in diritto di ucciderci o di abusare di noi. In casi come quello di Saman il Codice Rosso non può essere la sola risposta. Bastano i dati sulle denunce a dimostrarlo chiaramente: da quando è stato istituito tra il 2019 e il 2020, le denunce di matrimonio forzato sono state 32, di cui 7 archiviate. Il riconoscimento della violenza, anche a livello giuridico, è sempre un passo importante, ma poco vale senon è accompagnata da campagne di sensibilizzazione e percorsi formativi agli/alle operatori/trici di giustizia.

È quindi fondamentale che il contrasto alla violenza avvenga anche a livello culturale, con l’obiettivo di prevenire la violenza, e non solo a punirla. Come Coordinamento dei centri antiviolenza combattiamo quotidianamente contro la violenza, sostenendo le donne nei percorsi di emancipazione/liberazione e – se lo desiderano – accompagnandole nei percorsi di denuncia. Storie come quella di Saman e una loro distorta narrazione rischiano di allontanare altre donne dall’accesso ai percorsi di emancipazione/liberazione dalla violenza. Ne siamo consapevoli, anche in noi ogni notizia di violenze e femminicidi provoca dolore e frustrazione; ma insieme al dolore alimentiamo il desiderio di combattere affinché ogni donna possa essere libera di scegliere della propria vita.

Vittimizzazione secondaria. La Corte europea dei diritti umani condanna di nuovo l’Italia

Comunicato stampa di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), 27/5/2021

“Una sentenza importantissima, quella emessa stamattina dalla Corte europea dei diritti umani, perché stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata che continuano a essere usate per motivare sentenze condiscendenti verso gli autori delle violenze, nonostante ciò sia vietato da nome interne e internazionali, a cominciare dalla Direttiva dell’Unione europea sulla protezione delle vittime di reato, dalla CEDAW e dalla Convenzione di Istanbul”.

Ad affermarlo Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, in merito al ricorso alla CEDU presentato dalle avvocate Sara Menichetti e Titti Carrano di D.i.Re contro la decisione della Corte d’appello di Firenze che aveva ribaltato la sentenza di condanna degli imputati dello stupro di gruppo ai danni di una giovane donna, sulla base della presunta non credibilità della vittima a causa di una valutazione moralistica della sua vita privata.

La Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto, come sostenuto nel ricorso, che la tenuta del processo ha violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, che stabilisce che “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza”. “La Corte ritiene che i diritti e gli interessi della ricorrente derivanti dall’art. 8 non sono stati adeguatamente tutelati in considerazione del contenuto della sentenza della Corte d’Appello di Firenze”, si legge nella sentenza. “Ne consegue che le autorità nazionali non hanno tutelato la ricorrente dalla vittimizzazione secondaria durante tutto il procedimento, di cui la redazione della sentenza è parte integrante”.

“La sentenza di Strasburgo rende giustizia a tutte le donne che quando denunciano, devono affrontare un percorso giudiziario in cui subiscono vittimizzazione secondaria, con l’effetto di scoraggiarle dal presentare denuncia”, afferma Titti Carrano. “La Corte di Strasburgo ritiene deplorevole e irrilevante il riferimento nella sentenza di assoluzione della Corte d’Appello di Firenze alla vita personale, alle attività artistiche culturali, all’abbigliamento e all’orientamento sessuale che sono poste alla base dell’attendibilità della testimonianza della donna, con una grave ingerenza nella sua vita privata”, spiega l’avvocata. “La vita e la dignità di questa donna sono state calpestate cosi come sono state calpestate la riservatezza, la dignità, l’immagine. Eppure da tempo le norme nazionali e internazionali richiamate in questa sentenza della CEDU chiedono la tutela e la protezione della vittima”, aggiunge Carrano.

“La cultura dello stupro resiste in Italia insieme agli stereotipi e ai pregiudizi sessisti sul ruolo della donna che sono stigmatizzati dalla Corte di Strasburgo e che leggiamo nella sentenza del tribunale di Firenze, a conferma dell’arretratezza culturale del sistema giudiziario italiano”, sottolinea Veltri.

“Mi auguro che il governo italiano accetti questa condanna senza ricorrere alla Grande Camera e che si adoperi concretamente per attività di prevenzione e formazione degli operatori di giustizia affinché non si ripetano ulteriori episodi di vittimizzazione secondaria nei processi penali e civili, superando una cultura carica di stereotipi e pregiudizi”, afferma Carrano.

“Da tempo denunciamo il rischio di vittimizzazione secondaria nei tribunali e le sue nefaste conseguenze. La magistratura italiana deve evitare di usare strumenti che colpevolizzano le donne e rispettare le convenzioni internazionali a tutela delle donne che subiscono di violenza”, conclude la presidente di D.i.Re.

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