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Ho sempre pensato che un giorno vi avrei scritto. L’ho sempre pensato ma ogni volta mi sono ritrovato con un pugno di parole poggiate sulle labbra.
(riceviamo e volentieri pubblichiamo) [ Inserito da il 25/11/2007 ] |
| Argomento |
La mia bisnonna si chiamava Maria; lei aveva lasciato la Sicilia a soli quindici anni per cercare fortuna in America.
In USA ebbe fortuna e da sarta divenne stilista. Lavorò per Levi’s e per diverse importanti griffe americane. Aveva realizzato il suo sogno pagando con le proprie forze e con il proprio coraggio il prezzo per essere Donna da sola con un intero mondo da affrontare. In America trascorse circa quindici anni e quando tornò in Italia portò con se l’aria del suo successo e negli occhi l’umanità che le aveva permesso di diventare chi era.
In Italia sposò un uomo qualunque, uno di quelli che è facile incontrare anche oggi. Un uomo buono ma non in grado di capire l’immensità che quella donna si portava dentro.
Alla mia nascita mia madre aveva solo vent’anni, così i miei primi anni di vita li trascorsi tra mia nonna,la mia bisnonna, mia madre, la gemella di mia madre e le sorelle di mio padre. Un mondo in cui gli occhi delle donne erano le principali finestre da cui osservare il confuso fluido dell’umanità.
Dei miei primi anni di vita ricordo le loro conversazioni pomeridiane, il loro modo così musicale per parlare dei problemi. In casa in tutto quattro uomini che sembravano solamente piccoli attori la cui recitazione trovava senso nella scenografia che quelle donne meravigliose erano in grado di disegnare.
Mia nonna era una casalinga ma il lavoro di mio nonno, maresciallo dei carabinieri e di mio zio, elettricista alle prime armi, dipendevano interamente dalle scelte e dalle intuizioni di mia nonna.
La mia bisnonna invece, diventata vedova si era persa nei romanzi, nella letteratura, nell’arte. Aveva deciso di non curarsi più di nessun uomo e di elevare il suo pensiero ad una felicità che la vita non sempre le aveva dato.
La mia infanzia trascorse tra tutte quelle donne, tra le loro parole, tra i loro pianti, tra le loro braccia e tra tutti quei sorrisi il cui pensiero ancora oggi riesce a farmi battere il cuore.
Oggi per caso ho letto della giornata contro la violenza alle donne. Ho visto in TV le immagini del corteo che partiva da piazza della repubblica. Eravate tante e sicuramente ognuna portava dentro la meraviglia di sogni che solo voi donne riuscite a disegnare.
Da uomo mi vergogno un po’ nel pensare a tutti gli uomini piccolissimi che hanno sfogato su una donna, o in generale su qualcun altro, la loro rabbia, la loro frustrazione, la loro inutilità e la loro incapacità di stare al mondo.
Da un uomo mi vergogno un po’ a pensare che serva un ministero delle pari opportunità in un paese civile.
Da un uomo mi vergogno perché penso che se di una donna non riesci a prenderne la Meraviglia, allora è meglio che stai in silenzio, che non dici nulla, che ti ritiri nella vergogna di essere troppo piccolo per arrivare a toccare il cielo.
Quest’anno ho scritto un romanzo che da poco ho pubblicato. Nella mia storia, Marco il protagonista, non sa gestire la meraviglia ed il calore che alcune donne portano nella sua vita. Marco è indolente e semplifica il pensiero delle donne al punto da non riuscirlo a capire. Le donne nella vita di Marco, appaiono e svaniscono sotto il raggio della sua presunzione, del suo non averne bisogno. Alla fine abbandonato dall’unica donna che forse è riuscito ad amare, si ritrova solo con se stesso, solo a fare i conti con un’inquietudine silenziosa che lo segue tra le stanze dei suoi giorni.
Raccontando questa storia mi sono sentito dentro il cuore di Marco ed ho percepito nettamente la sensazione tremenda di sentirsi infinitamente piccolo di fronte ad universi che non riusciamo nemmeno ad immaginare.
Ripenso ad anni, anzi a secoli di violenze sulle donne e come uomo mi vergogno.
Mi vergogno e non solo un po’.
Con simpatia.
Salvatore A. |
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