Dalla parte delle donne

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Dalla parte delle donne

I centri antiviolenza sono luoghi deputati ad accogliere le donne che hanno subito violenza, con o senza i loro figli. 

I centri antiviolenza sono luoghi in cui un intendimento politico (cambiare la cultura, il discorso pubblico sulla violenza contro le donne) si unisce a una pratica di supporto e accoglienza verso le donne che intendono uscire dalla violenza. Il legame tra pratica e politica non è casuale, ma risponde a un percorso politico che il movimento delle donne a livello mondiale ha compiuto dagli anni sessanta agli anni ottanta. In quegli anni infatti, attraverso il movimento di liberazione delle donne e il femminismo, le donne hanno iniziato a rompere il silenzio sulla violenza, l'aborto, il divorzio e i diritti sociali, cercando in tutti i contesti pubblici e privati una maggiore emancipazione e libertà. 

Un punto essenziale del lavoro dei centri antiviolenza è sempre stata la questione politica e culturale: la promozione di eventi, la formazione, la sensibilizzazione, la diffusione di buone prassi e le campagne di prevenzione sul tema della violenza contro le donne e la violazione dei loro diritti.

Il luogo di nascita dei Centri, la loro derivazione  sono legati a un soggetto politico preciso,  il movimento delle donne. Ciò rimanda immediatamente ad un contesto di pratiche e di pensiero: al femminismo, o a quello che ormai da molte viene definito come secondo femminismo, il femminismo dell’emancipazionismo e della differenza sessuale, dei gruppi di autocoscienza e dell’autorità dell’esperienza. Emanazione di queste stesse pratiche politiche sono  sia la metodologia d’accoglienza adottata nei centri che la lettura che si dà della violenza alle donne. Forti di questi saperi e della loro validità, durante questi venti anni gran parte delle energie dei Centri sono state orientate da una parte nel sollecitare e realizzare studi di carattere sociologico finalizzati a  mettere in evidenza sia le dimensioni, che la qualità del fenomeno della violenza alle donne, dall’altra nel dimostrare all’esterno che i centri meritano il riconoscimento di servizi di prestigio, nel mettere in evidenza la professionalità che attraversa e sostanzia il nostro lavoro, nel rivendicare certificazione e accreditamento in quanto servizi.

Uno degli aspetti caratterizzanti e di maggior valore nell’esperienza dei Centri sta proprio nell’aver  ancorato la pratica  a quel pensiero politico forte  che della violenza fa una lettura di genere, “femminista” piuttosto che psicopatologica, o legata alla devianza, alla marginalità sociale o altro ancora,  tanto da inventare  una  professionalità non codificata prima e una precisa  metodologia non rintracciabile in altre attività che pure prevedono “l’accoglienza””alla persona. 

E’ necessario riconoscere che nei centri si acquisiscono competenze professionali; un’operatrice di accoglienza per esempio ha indubbiamente punti di contatto e convergenze con quella di alcune professioniste il counselor, la psicologa: l’empatia, la relazionalità, la creatività, la lettura della domanda, l’analisi del bisogno, la valorizzazione dell’esperienza…ma ognuno di questi aspetti rimanda a pratiche e a pezzi di storia del movimento delle donne.

Noi sappiamo che è politico offrire alle donne non un generico aiuto, ma la rimessa in circolo del suo desiderio, del valore di sé, per offrire un potenziale orizzonte di rottura.

 

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